Parigi come Bologna: una bella mostra a Palazzo Pallavicini

alfons-mucha-painting-1024x678-853x678GIAN LUIGI ZUCCHINI    –    Che significa questo titolo? Non sarebbe stato meglio dire Bologna come Parigi?  No, perché in quest’ultimo caso sarebbe la città emiliana ad imitare Parigi. Invece la bella mostra di Alphonse Mucha si tiene sia a Bologna che a Parigi, al Palazzo del Lussemburgo, nello stesso periodo, e quindi  in questo momento e solo per questo evento, Parigi viene a Bologna come Bologna va a Parigi. E inoltre, è ancora interessante notare come le opere esposte a Bologna siano state eseguite a Parigi, e quindi per alcuni mesi è allestita a Bologna questa specie di retrospettiva della vita parigina fin de siècle, in quel periodo del liberty che in arte venne piuttosto precisandosi come Art Nouveau. Sono quindi da ammirare soprattutto eleganze, magnificenze decorative, abilità di disegni e fantasie neo-barocche, che l’artista ha realizzato in disegni, litografie e manifesti, ora esposti nella mostra bolognese, la quale si propone con un solo titolo semplicissimo: il nome e cognome dell’autore, cioè Alphonse Mucha (1860 – 1939), artista ceco che visse gran parte della sua vita a Parigi e fu uno dei più influenti e celebrati autori di arte grafica e pittorica, del suo tempo.

La mostra si scorre senza fatica, camminando lentamente per le stupende sale decorate del settecentesco Palazzo Pallavicini a Bologna, a cui si accede tramite un sontuoso scalone d’onore con statue e affreschi alle pareti; e in questo andare ammirando la leggerezza degli intrecci mirabilmente elaborati dall’artista, non si dimentichi di dare un’occhiata ai soffitti, dove si apre la fantasiosa cromìa di figure e paesaggi di un pregiato e per nulla pesante barocchetto, più conosciuto come rococò.

Ma, per tornare doverosamente a Mucha, entriamo dunque nelle sale della mostra ed incontriamo subito uno stile, una forma, un modo di vedere le cose e le persone: la donna innanzitutto, da cui prende appunto il nome della prima sezione di questa esposizione: “Donne – Icone e muse, Lo style Mucha”, dove si ha modo di vedere alcuni grandi manifesti che pubblicizzano opere teatrali interpretati dalla grande attrice Sarah Bernhardt, rappresentata in pose iperbolicamente eleganti,

Passiamo poi alla seconda sezione, intitolata “Lo Style Mucha – Un linguaggio visivo”, dove vediamo lavori  eseguiti con uno stile perfetto, raffinato, subito riconoscibile come ‘style Mucha’, dove la preziosità del disegno si abbina alla grazia del movimento, all’abbigliamento, estremamente accurato anche nei particolari, ed ai fregi decorativi che combinano intorno alle figure una specie di scenografia, tra ghirlande e fiori, con prevalenza di rose e gigli. Questo stile non è soltanto bellezza visiva, ma è pure comunicazione: attraverso esso l’artista tende a comunicare un’atmosfera, un modo di vivere, un comportamento, un gusto: e dunque sue produzioni grafiche vengono riportare su scatole di dolciumi e altri oggetti, come poi accade anche oggi. Potremmo qui azzardare un’ipotesi: un inconsapevole anticipazione ad Andy Warhol e alle sue iconografie? Stesso metodo, con finalità del tutto diverse: nel primo caso, trasmettere l’eleganza, la bellezza; nel secondo, il prodotto visto come oggetto economico, che corrompe e enfatizza la volgarità piuttosto che la leggiadria e la grazia, come accade nelle famose immagini di Marilyn Monroe.

Nella terza e ultima sezione, “Bellezza – Il potere dell’ispirazione” l’artista, ritornando in patria nel 1910,  si impegna per realizzare la libertà politica del suo paese, come infatti avverrà dopo la fine della prima Guerra Mondiale, purtroppo per un periodo piuttosto breve.

Colpisce, tra le opere esposte, una intitolata “La Russia deve riprendersi” (Russia restituenda, 1922), eseguita per aiutare i bambini affamati dell’ex impero zarista all’indomani della guerra civile russa. Un drammatico ‘memento’: la rivoluzione russa (come quella francese) precipitò il paese in una spaventosa guerra civile, che provocò la morte di milioni di persone per malattia e fame: una continuità nella sofferenza e nelle privazioni che segnò, in modi diversi, l’autocrazia zarista e la dittatura leninista e stalinista, e che turbò profondamente l’artista fino alla fine della sua vita.

Alphonse Mucha, Bologna, v. San Felice, 24, fino al 20 gennaio 2019.

Info: cell. 348/1431230   –   e-mail:   info@palazzopallavicini.com   –   www.palazzopallavicini.com