Vittorio Sgarbi esalta Giannetto Salotti, scultore di Lucca

image.Gian Luigi Zucchini  –  Se fosse vissuto ancora qualche anno, Giannetto Salotti (1918 – 2013) avrebbe compiuto cent’anni. Per ricordarne la presenza, e soprattutto il lungo lavoro artistico, l’amico ed estimatore Lorenzo Pacini ha organizzato una grande retrospettiva dell’artista, con ben 300 opere, che durerà per tutto il corrente anno 2018.

Salotti era uno scultore importante, non solo a Lucca, sua città natale, ma anche nelle zone adiacenti, in Toscana, e poi, proprio in ragione della stima che alcuni collezionisti avevano in lui, presente in collezioni e in alcuni musei italiani e stranieri. Poco conosciuto dal grande pubblico e dalla critica ciarlona, era però apprezzato da alcuni critici importanti, che ne avevano anche segnalato l’opera in riviste d’arte e in quotidiani, e commentato cataloghi relativi ad alcune mostre da lui fatte nel corso della sua lunga vita di ultranovantenne. Poche, tuttavia, dato il suo carattere ipercritico, soprattutto verso se stesso, mentre era poi felicemente aperto e colloquiale con chi lo aveva capito e con lui era disposto a discutere sull’arte, sia in relazione alla sua opera che a quella di altri artisti del tempo. Proprio questa attenzione allo sviluppo del discorso artistico fu, credo, l’aspetto che più lo assillò e lo tormentò in tutta la sua vita. Da giovanissimo, ancora studente presso l’Accademia di Belle Arti, aveva prodotto lavori non certamente ingenui, anche se oggi appaiono datati. Ma occorre pensare agli anni in cui furono realizzati, e cioè intorno agli anni ’30 – 40; collocandoli opportunamente nel tempo, appaiono in linea con quanto allora si andava producendo. Senza innovazioni eversive o, peggio, distruttive, ma tenendosi sempre ad un composto realismo, dove spesso trapelava, si potrebbe dire, una verità d’anima: il senso della sofferta quotidianità, il peso esistenziale, o meglio, ‘il male di vivere’ montaliano. E non a caso, essendo da non molti anni scomparso il Pascoli e non essendosi ancora affermato universalmente Montale, l’ambito della poesia restava galleggiante nel vuoto, come un ectoplasma alla ricerca di un corpo in cui rivivere e manifestarsi, così come – per alcuni aspetti  – anche l’arte E per l’appunto, proprio nella visione del ‘male di vivere’ montaliano, il primo articolo che scrissi su di lui, lo intitolai “Salotti, uomo di pena”. Non mi pento di aver scritto quelle righe in gioventù, perché in seguito, seguendo la sua smania di ricerca, mi introdussi nel flusso del suo furore creativo, con il quale cercava di interpretare il tempo, o addirittura precederlo. Certamente, come qualche critico disse storcendo anche il naso, c’erano dentro citazioni di Moore, di Marino Marini, di Arp, e anche – negli ultimissimi anni, di Botero e di altri. Pochi cenni, peraltro. Ma, come spesso accade, non si capiva ancora che in Salotti c’era l’interpretazione che un artista, soffrendo, fa del suo tempo: in altre parole, l’ansia di una creatività che non si limitasse ad essere deformazione del vero, o soltanto denuncia, o provocazione fine a se stessa. Salotti aborriva le montagne di stracci, gli iglu costruiti con canne e foglie secche, gli accumuli di sassi in angoli della sala, come si vedeva già allora in alcune esposizioni, ed altre pseudo invenzioni o le così dette installazioni, piuttosto bric á brac di materiali, accumuli di tubi e lamiere, ben lontani dall’idea di scultura dell’artista lucchese.  Lui non si accontentava di spiegare un’idea nascosta nella metafora dell’opera, voleva che fosse l’opera stessa a comunicare il significato, o l’allusione, o comunque un’impressione che tuttavia si avvicinasse al vero. E così, come si era fatto per lungo tempo con artisti anche importanti, come  -per fare un solo esempio –  con Annibale Carracci, qualcuno, suggestionato dai rombanti echi di storici dell’arte pur famosi, sostenevano che Salotti era un ‘eclettico’. Ma basta vedere la sua produzione fin dai primi anni, per scoprire come invece fu uno scultore di ricerca e di impegno costante, teso a cogliere il senso dell’arte in un certo momento storico e culturale. Avrebbe potuto farsi una onesta carriera di scultore post-ottocentesco, con statue per piazze, cimiteri, giardini pubblici, cose che pure fece, costantemente richiesto, soprattutto per non rifiutare quanto per amicizia molti gli richiedevano; ma l’arte, quella vera, la riservava per sé e per qualche amico, a cui donava generosamente i propri lavori. Il lavoro artistico era la sua vita e il suo tormento. Scolpiva e, altrettanto copiosamente, disegnava. Il lavoro grafico di Giannetto Salotti costituisce ora un corpus di parecchie centinaia di disegni, a penna, a china, con rialzi di colore bianco o seppia, od ombreggiati appena con sicuri segni di tratteggio. Sono disegni dove si ritrova subito l’idea di volume, di massa, e soprattutto di movimento: figure di donne opulente, di cavalli soprattutto, e sconvolgenti movimenti di zampe, di corpi, svolazzi di code, e scene d’insieme, con uomini, donne, cavalli in sfrenati scontri, come in antiche battaglie o in incruente gare, quasi evocazioni della grecità classica. E proprio questo aspetto vorrei, da ultimo, rilevare: la ripresa, o meglio il richiamo, ad una perfezione rinascimentale tipicamente toscana, direi meglio, lucchese. Riemergono, soprattutto nelle opere degli ultimi anni, i segni e le immagini di rigore estetico, di macerata bellezza, di aggraziati movimenti di danza, che furono dei grandi pitturi e scultori rinascimentali, quasi un ‘rappelle all’ordre’ contemporaneo, messaggio da non trascurare né sottovalutare. Salotti, a cominciare dalla fine dei suoi ottant’anni fino alla morte, ha lavorato, mi pare, alla luce di questi richiami, pur eseguendoli con linguaggio moderno. Ma, come la scrittura non elimina l’idea, il segno esprime, anche nell’insignificanza apparente delle forme, l’emozione di un incontro, la serenità di un affetto, la tristezza di una solitudine, o di un addio: e poi sono i disegni più figurativi, che presentano corpose maternità, o la bellezza della famiglia, o la forza virile di ‘domatori di cavalli’, come ci si potrebbe immaginare la figura di Ettore nell’Iliade, definito appunto ‘domator di cavalli’ per indicarne la forza e la nobiltà, un qualcosa di popolare e di aristocratico insieme, mai banale, e sempre teso alla forza, che è sì quella fisica, ma anche quella di un’etica superiore.

La vita, l’arte di Giannetto Salotti sta tutta qui: nel suo lavoro, nel suo impegno, nella sua modestia e, nel contempo, nella sua forza interiore, affinata nel tempo con l’intelligenza e con la ragione. Come dice Vittorio Sgarbi in una sua recente considerazione su Giannetto Salotti nel corso di una acclamata visita alla mostra lucchese, “…un artista di spessore e la sua impresa disperata di partire dalla figure umane e riformarle. Una costante ricerca in divenire, testimonianza della forte contraddizione interiore di un artista che non riesce ad ottenere una visibilità internazionale pur parlando una lingua internazionale”.

Perché, ci si chiede ora, nella sua città, pur conosciuto, non fu tuttavia apprezzato come si doveva? Si riparerà ora, considerando anche la sofferenza interiore che questa misconoscenza provocò nell’artista?

Si spera davvero, anche se il recupero è purtroppo tardivo. Ma, dimenticato l’uomo Salotti, potrà essere ricordato, attraverso la sua arte, il Giannetto Salotti, disegnatore e scultore lucchese, che nel secolo ormai trascorso ha contribuito a costruire, con alcuni consistenti tasselli, il grande mosaico dell’arte del Novecento italiano.

 

RESTROSPETTIVA DI GIANNETTO SALOTTI,  Centro Studi d’Arte, v. Sottomonte, 27/A, Guamo (Lucca), fino a tutto il 2018.

Informazioni:  tel. 0583403354  –  cell. 3355213316