Pezzi e parti del Diavolo in giro per il Mondo.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAA percorrere il mondo a destra e manca ci si imbatte in parecchi segni, o meglio tracce del passaggio del Diavolo, almeno a voler dar retta alla toponomastica.

Di Irma Marano – In Ecuador, nel cuore del paese – tra Riobamba e Sibambe – corre la ferrovia Transandina che un tempo univa Quito, la capitale, con Guayaquil, il principale porto del paese ed arrivava ad una altitudine di 3600 e di cui ora – a causa delle piogge torrenziali e dell’instabilità del suolo – è rimasto un tratto di pochi chilometri, che attira la curiosità dei turisti di tutto il mondo perché particolarmente movimentato. Denominata la Nariz del diablo (Naso del Diavolo), per l’aspetto rinoplastico della montagna che attraversa e per le difficoltà incontrate nel costruire la strada ferrata nel lontanissimi 1909, il percorso ferroviario è un’avventura imperdibile con le sue ripide discese mozzafiato lungo le scoscese pendici delle Ande che superano ponti all’apparenza pericolanti e attraversano precipizi alti più di 100 metri . Fino a qualche anno fa era possibile viaggiare anche sul tetto del treno ma poi un brutto incidente costato la vita a due turisti giapponesi, decapitati dai fili dell’alta tensione, ha introdotto norme di sicurezza un po’ più rigide. Sempre in Ecuador è possibile imbattersi in altri luoghi diabolici, come il Pailón del Diablo: una delle cascate situate lungo il percorso delle Cascate del Rio Verde, a 18 km dalla località termale di Baños. Per visitarla – scesi dal bus di linea Baños-Puyo – è necessario percorrere un sentiero che scende per 1000 m – attraversare una valle dalla vegetazione tropicale, con bromeliacee, felci giganti, orchidee e alberi in fiore – oltrepassare ponti lignei pericolanti e discendere una scalinata ripidissima per poter alzare lo sguardo e vedere un manto bianco d’acqua alto 80 m e interrotto solo da un immenso sasso posto al centro, che secondo la leggenda fu calciato lì da Satana furioso per essere stato scacciato dal Paradiso. 

Nei boschi intorno a Rennes-le-Château – luogo esoterico per antonomasia – c’è il trono del diavolo, una seduta scolpita in una grossa roccia, e a Pierre du Pain (sempre a est di Rennes-le-Château) la leggenda vuole che il diavolo abbia lasciato l’impronta della mano. In realtà di sedute del diavolo ce ne sono diverse nel mondo. A Roma, in piazza Elio Callistio, c’è la “Sedia del diavolo”, il sepolcro di un liberto di Adriano, che l’incuria e l’abbandono portò ad assumere l’aspetto di una sedia (cosa che oggi ha perso completamente). Secondo la leggenda la sedia venne posta dal diavolo in quel luogo, una collina in aperta campagna, perché si trova alle spalle della basilica di S. Pietro. Inoltre, la notte il posto era frequentato da prostitute e vagabondi che solevano accendervi all’interno dei fuochi per scaldarsi, annerendo così le pietre. In questo modo venne reso ancora più impressionante il rudere e venne avvalorata la diabolica attribuzione. Sempre in Italia, ad Albano di Lucania, in provincia di Potenza, c’è la Seggia del Diavolo, una panchina scavata in un grande monolite che visto frontalmente sembra il busto di un demone completo di capo e copricapo. A Villa Flor Serrana, in Argentina, c’è una cascata conosciuta come El Tron del Diablo, e a Zugarramurdi, luogo famoso per i processi di inquisizione alla stregoneria Basca, nella Caverna delle Streghe secondo una leggenda scorreva un ruscello, denominato Infernukoerreka, sovrastato appunto dal Trono del Diavolo. Nel Duomo di Pisa ci sarebbero invece le Unghie del Diavolo. A sinistra della facciata davanti al Campo Santo, ad altezza dello sguardo si trova un pezzo di marmo di origine romana – come testimonia la decorazione a motivi vegetali che si intravede lateralmente – sul quale sono presenti una serie di fori neri. Secondo la leggenda si tratterebbe dei segni lasciati dalle unghie del diavolo quando ivi arrampicò, nel tentativo di fermarne la costruzione del Duomo. Sempre secondo la leggenda il numero di queste unghiate – circa 150 – varierebbe per dispetto ogni volta che si prova a contarle, per cui il conto che non risulta mai lo stesso due volte.

L’occhio, invece, il diavolo lo perse nella Valle dell’Inferno, un grande avvallamento composto da depositi piroclastici nel complesso vulcanico Somma-Vesuvio, parzialmente invasa dalla lingua di lava dell’ultima eruzione del 1944. Una suggestiva passeggiata in un paesaggio arido e ricco di licheni e piante erbacee conduce fin su una parete rocciosa con una cavità centrale denominata appunto l’Occhio del Diavolo.

Un altro occhio diabolico sarebbe anche il sito megalitico di Mên-an-Tol – dal cornico “pietra forata”- una piccola formazione di pietre nei pressi dei paesi di Madron e Morvah nella parte occidentale della Cornovaglia, nel Regno Unito, localmente conosciuto come “Stone Crick”. Il sito si compone di quattro monoliti di granito, uno caduto, due posizionati verticalmente al terreno ed uno di forma circolare forato nel mezzo – di 1,3 m di diametro – posizionata al centro degli altri due monoliti verticali, che viste da una certa angolatura comporrebbero la numerazione araba “101”. Mên-an-Tol – conosciuto secoli fa anche come Devil eye, “Occhio del Diavolo” – sarebbe un luogo particolarmente efficace per assicurare la fertilità, secondo un’antica leggenda infatti, se una donna fosse passata attraverso la pietra centrale per sette volte all’indietro, sarebbe diventata presto madre. La Gola del Diavolo è invece la più imponente delle Cascate dell’Iguazú, confine tra la provincia argentina di Misiones e lo stato brasiliano del Paraná, lungo l’omonimo fiume. Garganta del Diablo (Gola del diavolo), è una gola a forma di U profonda 150 metri e lunga 700 metri dichiarata Patrimonio dell’Unesco nel 1984.

Nel suo peregrinare per il mondo non sorprende che Satana sia caduto e abbia lasciato delle orme impresse nel terreno. A Foresta, frazione di Tora e Piccilli, piccolo comune dell’Alto Casertano ci sono le cosiddette Ciampate del Diavolo, una pista di impronte umane tra le più antiche mai ritrovate in Europa, appartenenti alla specie Homo Heidelbergensis. Sembrerebbe che tre ominidi – probabilmente adolescenti – discendessero il pendio del vulcano Raccamonfina 350.000 anni fa e calpestando una fanghiglia calda – probabilmente una superficie piroclastica in raffreddamento (con una temperatura tra i 60 e i 40°C), abbastanza fredda da poter essere calpestata, ma non così fredda da essere ormai litificata – lasciassero le impronte dei loro piedi e del bacino e di una mano di uno dei tre che stava per cadere. Secondo una leggenda locale le impronte sarebbero, però del Diavolo, che cercando di abbeverarsi alla vicina fonte dovette oltrepassare un sentiero ricoperto di magma.