A Firenze e a Modena, il fascino ricorrente di Michelangelo

Dal Cinquecento al Duemila e oltre.

Pieta-Jan-FabreGian Luigi Zucchini  –  La Pietà di Michelangelo viene riletta da Jan Fabre in una sua  ricostruzione del 1958. L’opera è in marmo bianco di Carrara ed ha per titolo Merciful Dream; per volto la Madonna ha un teschio e il Cristo morto che porta sulle ginocchia ha in mano un cervello. Scandali e orrori. Ma leggiamo dietro i simboli: il volto della Vergine rappresenta una ‘vanitas’, come già in antico, specialmente dal Cinquecento in poi, si rappresentavano in modi non certo allegri. E anche allora, teschi e ossa spolpate, clessidre e frutti marci, tra mosche, vermi e repellenze varie. Ma poi c’è anche il dolore per la morte del figlio, rappresentato in plurime dimensioni: le vanità della vita (e non solo la giovinezza in transito perenne) che debbono confrontarsi con la morte, la madre che viene rappresentata come colei che è pronta a dare la vita per il figlio, l’amore che comunque si conclude con la morte. E il Cristo non è lui, ma l’autore, con tanto di giacca, cravatta, calzoni forse eleganti, che tiene in mano un cervello, sede del pensiero e di tutte le emozioni umane. Sui piedi nudi, sulle gambe e, scrutando bene, un po’ dappertutto, piccoli insetti, farfalle e altri ripugnanti organismi lavorano assiduamente alla decomposizione del corpo, per trasformare la carne umana in altra materia, che darà forma a nuove vite, anche vegetali o animali: una metamorfosi che sta in qualche modo a significare una sorta di eternità della vita e, forse, una sua continuità soprannaturale, come potrebbe alludere il cervello, da cui scaturisce il pensiero e lo spirito. Quest’opera è esposta a Modena, nella Galleria Civica, insieme ad altre di artisti contemporanei (Gabriele Basilico, Robert Mapplethorpe, Ives Klein, ecc.) per testimoniare come l’arte di Michelangelo sia ancor oggi presente nell’elaborata creazione contemporanea, e come il tempo non abbia rimosso la potenza dell’invenzione michelangiolesca, ma come invece essa stimoli ancora la fantasia creativa dell’artista contemporaneo. Un’altra mostra, sempre con questo fine, è aperta in contemporanea presso la Casa Buonarroti a Firenze, dove si espone un numero maggiore di opere, tra cui esemplari di Mario Ceroli, Henry Moore, Emilio Greco, Claudio Parmiggiani, Alberto Giacometti, Gio Ponti, Henri Matisse, Arturo Martini, oltre a documenti, fotografie e disegni dello stesso Michelangelo.

Così, dietro le metafore e le simbologie che presentano tutti questi lavori, appare costante la presenza del grande artista toscano, che ancora dopo secoli riesce ad attrarre ed a coinvolgere con la suggestione e la potenza del segno e delle forme ancora tanti che operano nel campo delle arti visive (quindi non soltanto arte, ma anche fotografia, cinema, architettura, ecc.). E questo lo si è voluto sottolineare appunto in questo anno 2014, in cui ricorre il 450° anniversario della morte del Buonarroti, con queste mostre che hanno per titolo Michelangelo e il Novecento, aperte in giugno e in chiusura entrambe in ottobre (a Firenze il 19, a Modena il 20), e corredate da un corposo catalogo Silvana editoriale, ricco di informazioni, fotografie e dettagliate schede critiche.